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3 mar

Roma, sos di Piovani a Raggi: “Salviamo Roma dalla dittatura della demagogia”

Caro direttore, per come la vedo io, quando viene eletto un nuovo sindaco, bisogna aspettare almeno-almeno un anno per farsi un’idea dell’efficienza del suo lavoro. Se poi parliamo di Roma, un anno è pure poco: Roma non è un semplice municipio con qualche problemuccio da risolvere, Roma è un pachiderma difficile da maneggiare, un labirinto burocratico pieno di botole e trabocchetti, Roma è un po’ borghetto storico e un po’ metropoli europea asfissiata da una diffusa corruzione, di vertice e di base. È una città dove l’inefficienza della circolazione dei mezzi pubblici fa ormai sentire fisiologicamente assolto ogni passeggero che non paga il biglietto dell’autobus, dove un’auto parcheggiata in divieto non è l’eccezione, è la norma.

È una città nella quale ho sentito con le mie orecchie un ambulante santarolo – quelli che vendono santini e immagini sacre – il quale diceva al microfono di una tv: “Ci vogliono togliere il lavoro con la scusa che siamo abusivi (sic)”.

Per risanare Roma ci vuole tempo, molto tempo, quel tempo che a Ignazio Marino non è stato dato (e ancora oggi non se ne capisce il perché). Circola in Campidoglio una frase un po’ comica: Roma è difficile da guidare! E certo, lo sanno pure i sassi (e lo dovrebbe ben sapere anche chi si candida alla sua guida).

Alla fine della prossima estate noi che ci abitiamo potremo cominciare a capire se e come sta cambiando la nostra città. E cercheremo di capirlo non da quello che diranno giornali e telegiornali, bensì da quello che vedremo e sentiremo vivendo dentro Roma, salendo sui mezzi pubblici, guardando l’ingolfamento del traffico, contando le buche sull’asfalto, osservando l’illuminazione delle periferie, misurando l’occupazione abusiva del suolo pubblico e l’invadenza dei racket degli ambulanti, la presenza e la cortesia dei vigili urbani, la solerzia degli uscieri comunali al servizio dei cittadini. E da parte mia darò particolare attenzione all’efficienza del sistema culturale romano – musei, teatri, biblioteche.

Uno dei primi termometri del cambiamento, per me, sarà il restauro del teatro Valle, la cui prolungata chiusura è una grande indecenza che la nostra sindaca ha ricevuta in eredità dalle vicende del passato prossimo. Il Valle è uno dei teatri più belli del mondo, un capolavoro del Settecento realizzato dall’architetto Tommaso Morelli e a cui mise in seguito mano Giuseppe Valadier, un teatro nato per ospitare spettacoli musicali e di prosa, dove spesso Rossini e Donizetti battezzavano le loro Opere, dove debuttò i

Sei personaggi di Pirandello.

Il teatro Valle è fuori uso da più di sei anni. Le notizie ufficiose ci dicono che è ridotto talmente male che il suo restauro richiede qualche anno. Chi frequenta la zona ce lo descrive – esagerando naturalmente – degradato come un campaccio pieno di sterpaglia e di topi. I restauri pare che non siano neanche cominciati: lo denuncia ogni settimana su Twitter Alessandro Gasmann, il quale sta encomiabilmente battagliando per restituire ai cittadini romani e ai teatranti quel luogo miracoloso. Nel frattempo chiudono altri spazi teatrali romani con storie decennali alle spalle, forse per questioni normative di sicurezza, oggettivi problemi tecnici da affrontare molto complessi.

Ma è compito dei politici affrontare la complessità dei fatti, che non sono non riducibili alle formulette delle campagne elettorali: i teatri vanno aperti, non chiusi.

Non so quanto l’attuale amministrazione dia importanza al recupero del Valle e alla vitalità teatrale romana. Mi dicono che nel programma del partito-movimento che guida Roma non compare neanche la parola “cultura”. Non lo so, non l’ho letto, ma se così fosse non mi stupirei, non sarebbe certo il primo partito a vantarsi del proprio analfabetismo.

Dello stadio della Roma non posso parlare, perché sono in “conflitto

di interesse” in quanto tifoso romanista. So che è stato raggiunto un accordo fra le parti e quindi lo stadio “se fà”. Sono contento, da cittadino e da tifoso, anche se mi ero affezionato alle belle torri di Daniel Libenskind: le avevo viste tante volte su plastici e disegni e, a forza di guardarle, mi parevano reali, mi piacevano. E ora, infantilmente, mi sembra come se me le avesse virtualmente abbattute qualche terrorista, forse un terrorista della demagogia.

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