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22 feb

Roma, suk Cola di Rienzo: “Strada sotto assedio tra bancarelle e stand”

Una giungla di bancarelle soffoca la strada dello shopping nel rione Prati. Le decine di autorizzazioni, rilasciate con troppa leggerezza negli anni, hanno finito per danneggiare il commercio di qualità, segnando il declino di via Cola di Rienzo. La passeggiata che da piazza Risorgimento conduce all’ansa barocca è ridotta a un suk. Eppure le postazioni degli ambulanti sono tutte autorizzate. Se ne contano 20 in appena 800 metri. Una media in stile Porta Portese. Con l’aggravante della concorrenza sleale ai danni dei negozianti.

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Una guerra del commercio combattuta a suon di colpi bassi, con le lavagnette affisse abusivamente agli alberelli che costeggiano i marciapiedi. Con i manichini sistemati impunemente contro le vetrine dei negozi, o i banchi montati sulle strisce pedonali. L’elenco delle violazioni è così vasto da far quasi dimenticare la questione del parcheggio: i furgoni, infatti, restano parcheggiati intere mattinate in seconda fila, oppure invadono le strisce blu, sottraendo i posti macchina ai residenti. Il caos che ne deriva è inevitabile, il decoro, l’ordine e la pulizia sono un vago ricordo.

Cosa è diventata via Cola di Rienzo lo si legge nello sguardo sfinito di una madre costretta a fare lo slalom col passeggino, ma lo si percepisce anche dalla rabbia degli esercenti storici. «Ormai la nostra è una battaglia persa — dice sconfortato Giorgio, il 70enne titolare di una boutique da uomo in piazza Cola di Rienzo — tanti colleghi sono stati costretti a licenziare il personale, qui non ci sono più controlli, non c’è il minimo rispetto delle regole». Per intercettare le ragioni della protesta è sufficiente fare quattro passi in strada.

Usciti dal negozio ecco il primo banco di paccottiglia, proprio al centro dell’area pedonale, a pochi passi dai tavolini di un caffè. Offre collane e bracciali di bigiotteria, la qualità corrisponde al prezzo: «Tutto a 5 euro », avverte il cartello. L’ambulante accanto offre mutande e calzini («tre paia 5 euro», ripete il commesso bengalese): un evergreen del commercio da strada. Peccato che la caccia la cliente avvenga proprio di fronte alle vetrine di “Doppelanger”. «Lo vede quanto sono prepotenti — esclama Alessandra Spadoni, la 55enne titolare del negozio di abiti da uomo al 172 — lavorano proprio attaccati alle nostre vetrine, ditemi voi se non è concorrenza sleale. Senza considerare quanto siano brutti quei banchi. Questo è il corso di Prati, le bancarelle non ci devono stare».

Percorrendo il marciapiede di sinistra in direzione di piazza Risorgimento si contano due postazioni a ogni incrocio di strada. Superato l’angolo con via Tacito, e relativa rivendita di cd e custodie per cellulari, ecco via Orazio. Un furgone ammaccato occupa due posti macchina sulle strisce blu e proprio in prossimità dell’attraversamento pedonale Raman prova a convincere i passanti ad acquistare qualche cravatta. «Tre pezzi solo 25 euro — sorride il ragazzino — anche se sembro più piccolo sono maggiorenne — giura — sto in Italia da un anno e mezzo, lavoro qui da sei mesi: guadagno 30 euro al giorno, la bancarella non è mia. Il padrone è italiano, ne ha altre». Chissà se sarà quella successiva in prossimità del civico 152 o una delle due all’angolo con via Ovidio. Arrivati in piazza Risorgimento, il camion bar e le quattro bancarelle di statuine per i turisti sono sempre lì, a infestare l’area pedonale. L’immagine è un pugno in un occhio. E allora non resta che voltare le spalle e ripercorrere via Cola di Rienzo in direzione di piazza del Popolo. Il marciapiede di sinistra è un percorso a ostacoli. «Bisogna assolutamente rimettere mano al settore — invoca Fabio Martelli, il presidente dell’Associazione commercianti di via Cola di Rienzo — ci sono

almeno 7 postazioni che non sono più in regola col codice della strada».

All’angolo con via Silla c’è la rivendita di Alì, offre bluse, gonne pantalone da 15 euro: i manichini invadono il marciapiede, sono sistemati proprio contro la vetrina della boutique “Max Mara”. «Adesso il negozio è chiuso — si giustifica l’uomo — appena riapre li tolgo». È la scusa, collaudata, utilizzata da molti.

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