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26 mag

Roma, tra scale e barriere in trappola: nella metro vietata alle carrozzine

Tre ore per fare la spola tra le stazioni Flaminio e Cornelia della metro A. Trenta minuti bruciati sul montascala che dai binari dovrebbe consentire a chi è costretto in sedia a rotelle di raggiungere i tornelli della linea rossa sotto piazza del Popolo. Altri venti, questa volta a Lepanto, persi ad attendere l’operatrice abilitata ad attivare il secondo dei due impianti di salita e discesa della fermata del tribunale civile. No, Roma non è una città a dimensione di disabile. Il suo sistema di trasporti è una trappola per Luca, una maledizione per mamma Anna Rita. Nel 2017 – perché il nostro orologio conta i minuti, ma è tanto cinico da segnare anche la data – una vergogna.

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Seguire una carrozzina e il suo proprietario nel ventre di ferro e cemento della capitale, quello che ogni giorno inghiotte e risputa migliaia di pendolari e turisti, equivale una Via Crucis di attese immeritate e ostacoli insormontabili. Con Luca, 26 anni (“Ne ho quasi 27”, puntualizza) e un gran sorriso a dispetto delle barriere architettoniche incontrate, abbiamo ripercorso il tragitto che la scorsa domenica aveva impedito a lui e ai suoi amici di godersi una giornata al Bioparco.

Lettera alla mano, diamo appuntamento a Luca e a sua madre alla stazione Cornelia. Qui gli ascensori sono sporchi, certo. Ma funzionano. Dribblata un’auto parcheggiata proprio lì dove il marciapiede disegna uno scivolo per disabili, evitati un paio di crateri lungo la passeggiata, almeno qui il peggio sembra essere passato. Anche se i messaggi sparati sui display che incombono sulla banchina direzione centro già suonano abbastanza minacciosi. Preconizzano il futuro prossimo: “Montacarichi fuori servizio ad Arco di Travertino e Lucio Sestio “. Come se gli altri funzionassero.

Per toccare con mano bisogna attendere pochi minuti. Tra una fermata e l’altra Anna Rita, fisioterapista, racconta il suo Luca: “Con i compagni della Onlus Ylenia e i suoi amici speciali passano assieme il weekend. Da soli, con due operatori ma senza genitori. Imparano a essere autonomi. Lui è forte… ma ormai io sono prevenuta”. L’elenco delle disavventure è lunghe: c’è quella volta con i gradini di Valle Aurelia alti come montagne, quella delle scale mobili come unico modo per uscire dalla metropolitana, l’altra “in cui quasi ci rimettevamo la pelle. Per questo ormai ci muoviamo solo in macchina, perché con i mezzi pubblici è un disastro. Spero di essere smentita, ma anche domenica è finita male”. Flaminio e Lepanto, due trappole. Anche ieri.

Già, perché il servoscala della stazione di piazza del Popolo è tutto un programma. Luca monta a bordo, inserisce il freno, le barre di protezione si abbassano. Ed è tutto qui: Luca e la sua carrozzina rimarranno sospesi a mezz’aria per almeno 30 minuti. L’impianto si blocca, gli operatori Atac per quanto professionali vanno in tilt. Il loro è un imbarazzo tanto gentile quanto genuinamente romano: “Aò – fa uno all’altro – prova il metodo Steve Jobs. Spegni e riaccendi”. Nulla da fare. “Ora rompo tutto “, perde la calma quello che davanti al nome del genio dietro al brand Apple aveva appena fatto spallucce. Gli addetti al customer care, costruzione anglofona che nella capitale si traduce e riduce in “quelli dell’Atac”, si affannano. Chiamano un tecnico, telefonano ai vigili del fuoco, fanno su e giù per le scale. Si sfogano: “Ieri (giovedì, ndr) la stessa scena. Due turiste in sedia a rotelle e una è rimasta subito bloccata. Dovevano andare a Termini e le abbiamo caricate di peso noi. Ma che figura ci facciamo?”.

Luca intanto sorride. Per lui che a teatro recita Pirandello e i suoi “Sei personaggi in cerca d’autore” è una giornata da protagonista. L’ambientazione, però, è esclusivamente sotterranea. L’operatore arriva in metro, sblocca la piattaforma e riporta ad altezza binari la carrozzina. A Flaminio non si esce: “Ci dispiace tanto, sul serio”. Gli uomini della sicurezza sono neri. Nella stazione in cui la sindaca Virginia Raggi lo scorso 13 settembre ha presenziato all’installazione di due nuovi montascala, puntano il dito contro l’azienda: “Ècolpa dei capi. Non investono e noi dovremmo sequestrare i passeggeri? Perdonateci, forse a Lepanto…”.

Forse. Perché ieri come domenica anche la stazione appena oltre il Tevere regala altri inciampi. Luca scende dalla metro e punta il citofono: “Mi serve il montacarichi”. Attendiamo, ma dopo 10 minuti la prima rampa è andata. Per la seconda, quella che conduce di fronte all’ingresso del tribunale civile ne passeranno almeno altri 20. La ragazza in camicia azzurra con logo Atac è categorica, ma al contempo spaventata dall’imprevisto:

“Io non ho l’autorizzazione. Non posso mettere in funzione l’altro montacarichi”. Una pedana sgangherata, con gli scivoli bloccati. Per attivarla bisogna attendere l’arrivo della responsabile da Termini e mettere alla prova i bicipiti di mamma Anna Rita: “Per 20 gradini tre ore intrappolati qui sotto. Saliamo, ma poi torniamo a Cornelia. Lì ci sono gli ascensori”. E l’auto con il muso già puntato verso casa. Luca ora è stanco.

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