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6 mar

Roma, tutto quello che avreste voluto vedere sul Colosseo

Il Colosseo, o meglio, il suo mito anche dopo e oltre i sanguinari giochi gladiatori nel circo, tra abuso e riuso, dalla chiesa del Medioevo ai pittori del Grand Tour, fino agli artisti del Novecento e a quelli del nostro XXI secolo. “Colosseo, un’icona” è la mostra che si inaugura oggi: è dedicata al monumento più visitato d’Italia e si tiene al secondo livello del monumento stesso. Cento opere – dai marmi rinvenuti e restaurati, ai quadri di Mambor degli anni Sessanta al copertone- Colosso (2002) di Paolo Canevari – per ripercorrere una storia meno nota dell’ovale di travertino e mattoni. Ossia la vita brulicante intorno e dentro al rudere dell’antichità trasformato in botteghe medievali, assediato dalle chiese (una era all’interno, 5 intorno, tra cui San Giacomo), ma anche in un fortilizio. “Nel corso dei recenti restauri abbiamo trovato le buche pontaie per sostenere il camminamento in legno lungo i quali si muovevano i militi della fortezza Frangipane “, racconta Rossella Rea, “la vestale del Colosseo” come l’ha definita il soprintendente Francesco Prosperetti.

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Con una pluridecennale esperienza tra le mura dell’Anfiteatro Flavio, Rea sta per lasciarne la direzione dopo che il ministero Beni culturali ha deciso di indire un concorso internazionale per il Colosseo reso autonomo. E, con la mostra curata insieme ai medievisti Serena Romano (Università di Lugano) e Riccardo Santangeli Valenzani (Roma Tre), l’archeologa porta a compimento un lungo percorso in cui il Colosseo è apparso, ad esempio, nelle esposizioni su Nerone e sui Flavi.

“Sì, questa mostra è una summa di tante cose – sottolinea Rea – ma è soprattutto la prima che parla del Colosseo come monumento e non solo come arena”. Anche il soprintendente Prosperetti sta per lasciare l’arena dei Flavi: “A chi verrà dopo – ha detto l’architetto – lasciamo in eredità anche il progetto per ricollocare il monumento nel tessuto urbano della città di cui è perno, riconnettendolo al ludus magnus (la palestra dei gladiatori ndr) e liberandolo da ambulanti e centurioni”. Come a dire (ma Prosperetti non sottoscrive): che errore staccare il Colosseo dalla Soprintendenza.

La mostra – dal costo di 1,6 milioni sostenuto da Electa – si apre con la firma graffiata nel 1762 dal pittore Hubert Robert (oggi lo denuncerebbero) su uno dei pilastri. E Francesco Cellini e Maria Margherita Segarra Lagunes, che hanno firmato l’allestimento, hanno isolato lo sfregio come fosse un’opera, esponendo al di sotto un sarcofago raffigurato in un dipinto del francese. L’esposizione prosegue poi con lo straordinario modello (scala 1:60) eseguito nel 1790-1812 quando ancora i sotterranei non erano stati scavati. Questo plastico in faggio e stucco arriva dal Museo nazionale di palazzo Altemps ma finita l’esposizione (il 7 gennaio 2018) resterà

nell’anfiteatro insieme al modellino di come era il monumento quando nel 1130 era Fortezza Frangipane.

Il lascito di Rea e Prosperetti è anche questo: una mostra che diventi una esposizione permanente sul, e nel, luogo dei giochi, della vita, della propaganda. E anche del cinema: le sequenze in cui il Colosseo la fa da cornice e da protagonista (da Vacanze romane a Lo chiamavano Jeeg Robot) scorrono sulla volta a botte, come una volta del cielo di celluloide.

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