Largo Brindisi, 18 - 00182 Roma - Tel. +39 06.70476902 - +39 338.6867391 - casamartinezroma@gmail.com

Single Blog Title

This is a single blog caption
11 mag

Roma, un gommone in classe per spiegare ai ragazzi la tragedia dei profughi

ROMA. “Zitti! Restate immobili, tenete la testa bassa. Siamo in mezzo al mare e il viaggio durerà tutta la notte. Quando ci avvicineremo alla costa sarà il momento più delicato e voi farete solo quello che vi diciamo noi”. L’aula al secondo piano dell’istituto Valente sulla Prenestina, periferia est di Roma, è buia: le serrande sono abbassate, si sente il rumore del mare uscire dalle casse di un vecchio stereo e le voci severe degli scafisti che accompagnano una quindicina di bambini della scuola media lungo la rotta dei migranti. A lezione di vita. Quella che sui libri è solo raccontata e spesso difficile anche da immaginare per dei ragazzini tra gli 11 e i 13 anni, che sempre più spesso hanno come compagno di banco qualcuno arrivato da lontano.

Il gioco di ruolo “Pianeta Migranti” della onlus Cies – già approdato in dieci scuole romane, ma presto ne coinvolgerà molte altre in tutta Italia – permette agli alunni delle medie di mettersi nei panni di migliaia di migranti che ogni anno raggiungono via mare l’Italia. In ogni aula c’è un pezzo del doloroso e tormentato viaggio che si conclude con un educatore pronto a rielaborare le paure e le emozioni dei piccoli. C’è chi vive la storia vera di Ashid, un giornalista somalo che scappa perché minacciato di morte dopo aver denunciato dei traffici illeciti di rifiuti, chi quella del giovane bengalese Mamud, rimasto vittima di un’alluvione, e chi si ritrova nei panni di Patricia che fugge dalla povertà della Nigeria. “Lo sapete dov’è la Nigeria? – domanda ai ragazzini uno degli attori della mostra interattiva mentre gli consegna tra le mani una finta carta d’identità – Voi venite dal delta del Niger e da questo punto vi imbarcherete per l’Italia”.

Il viaggio inizia. I bambini vengono bendati, consegnati nelle mani degli scafisti e fatti salire su un gommone. C’è chi ride, chi fa battute per esorcizzare la paura, chi – non appena si spegne la luce e il rumore delle onde si fa più intenso – non dice più una parola e c’è anche qualcuno che con i lacrimoni negli occhi preferisce uscire dal percorso e assicurarsi tra le braccia dell’insegnante che gli spiega il senso del gioco. Arrivati in porto, vengono condotti in questura per la raccolta delle impronte digitali. Alcuni sono riconosciuti come rifugiati, altri respinti, e finiscono così nel circuito dello sfruttamento. Entra in scena, ancora in un’altra aula, l’aguzzino che offre ai bimbi-migranti un lavoro: dal venditore di rose a quello di borse. C’è anche chi sarà costretto a prostituirsi. “Lavorete – esordisce una bionda in abito rosso attillato mentre si gira intorno al collo un boa di piume fucsia – dalle 10 di sera alle 7 di mattina. Su 10 euro che guadagnerete, 7 vanno a me, due sono per l’alloggio e solo uno resta a voi. Ma sorridete, bellezze, siete in Italia”.

La prima volta della mostra-teatro sui migranti è stata vent’anni fa negli studi di Cinecittà. “Quando – spiega Pino Gordiani del Cies – la questione immigrazione ci sembrava ancora lontana. Vennero 50mila visitatori, la rifacemmo a Reggio Emilia nel 2000 e nel 2006 al Teatro India di Roma. Ora abbiamo elaborato questa versione pocket per le scuole perché se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto”. La preside dell’istituto Valente, Rosa Maria Lauricella, è convinta della bontà del progetto: “È un percorso forte, ma se sono un migrante ricomincio da chi mi accoglie. D’altronde, nonostante la scuola argini la xenofobia, ci sono ancora molti pregiudizi che noi cerchiamo di sconfiggere. Lo straniero è una realtà sempre più vicina ai bambini, nel nostro istituto ne abbiamo una ventina non accompagnati tra i 7 e 12 anni che vivono in strutture di accoglienza”. Il percorso, prima di essere portato nelle scuole, viene presentato ai genitori. “È stata una bella esperienza – dice Giovanni Recchia, papà di una ragazza che frequenta il Valente – un buon approccio per far conoscere realtà a loro sconosciute”. Qualche genitore l’ha ritenuto prematuro per l’età degli alunni. Elisa, 13 anni, ha invece lasciato il suo numero di cellulare a un migrante: “Se hai bisogno di me, io ci sono”.

es_ES
it_IT
en_US