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28 feb

Roma, un selfie in piazza per la cittadinanza: “Amiamo l’Italia”

UN vivace, necessario carnevale alternativo: il sit-in per la legge di cittadinanza ha radunato ieri a Roma, in piazza del Pantheon, molti cittadini italiani e soprattutto molti aspiranti tali. Il punto è – da troppo tempo – questo: una legge ferma in Senato da oltre quattrocento giorni, senza la quale è impossibile, per chi è nato in Italia da genitori stranieri o cresciuto nel nostro Paese, avere la patente di cittadino italiano.

Sul palco si sono alternate testimonianze, canzoni, proposte concrete. Storie, anche. Come quella di Youness W., 22 anni, che si definisce Italiano Senza Cittadinanza. Abita a Reggio, studia all’università: “Se mio padre, che fa il camionista, perdesse il lavoro, io perderei automaticamente il diritto di stare in Italia”. Tutta la mia vita in Italia – aggiunge – per la legge non vale nulla. Le maestre delle scuole più multiculturali di Roma la “Carlo Pisacane” su tutte -, dopo aver fatto intonare a bambini di origini cinesi, marocchine, nigeriane “Roma nun fa’ la stupida stasera”, hanno ribadito l’inaccettabile paradosso per cui 800 mila studenti di origine straniera che studiano in Italia non sono considerati italiani.

“Quando ho scritto, più di dieci anni fa, il libro Pecore nere, mi sembrava che l’acquisizione della cittadinanza per noi italiani di seconda generazione fosse a portata di mano. A quanto pare, non lo era”, mi dice Igiaba Scego, scrittrice di origini somale, fra i promotori dell’iniziativa. “L’Italia siamo anche noi, e questo dovrebbe essere ormai evidente. Ma vedersi negare la cittadinanza è come avere un genitore che ti rifiuta”. Hanno aderito alla manifestazione associazioni, sindacati, reti sociali, comitati di quartiere, nel segno di una richiesta concreta: “Chiediamo ai senatori e alle senatrici e in particolare alla maggioranza che ha già votato alla Camera il testo ora in discussione al Senato di approvare la riforma con urgenza prima della chiusura della legislatura”.

E proprio sotto Palazzo Madama si è concluso il sit-in, al grido di “Cittadinanza!”. Un gigantesco passaporto di cartone è diventato il simbolo della giornata, e il “selfie per la cittadinanza” un modo giocoso per ricordare una priorità politica e civile. Lo dobbiamo a bambini come Alessandra C., nata in Italia da genitori cinesi. Quando le ho chiesto, incontrandola tempo fa in un’aula della scuola Di Donato, perché si sentisse italiana, mi ha risposto così: “Mi sento italiana perché lo posso essere, perché mi piace esserlo e lo voglio essere. Mi sento italiana quando mi diverto e quando faccio amicizia con “i” italiani. Mi sento italiana quando sto in classe e quando studio la storia che parla dell’Italia. Mi sento

italiana quando sono felice e quando sento la canzone d’Italia. E quando sono triste e quando sono sola i miei amici mi vengono ad aiutare, in quel momento mi sento italiana perché sto con i miei amici”. Lo dobbiamo a Lindon, di origine filippina, che dice di sentirsi italiano “perché faccio cose italiane” e ad Adriel che dice “non so parlare bene l’italiano, però mi sento sempre italiano”. Lo dobbiamo a loro, più italiani di noi.

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