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31 mag

Sbarchi e immigrati, un villaggio di tende al cimitero del Verano

Fa caldo. Il sole di mezzogiorno arroventa le tende da campeggio. Afour, 18 anni compiuti da poco, sonnecchia sdraiato su un materasso sistemato all’ombra dei pini nel parcheggio del Verano. È stanco Afour. È arrivato sabato notte dopo un viaggio iniziato sei mesi fa dall’Eritrea che gli costato 4.500 euro: il valore di tutte le pecore che la sua famiglia aveva da vendere. Dopo lo sbarco in Sicilia è montato su un pullman diretto a Roma. Sogna la Germania. Ma nel frattempo, appena sceso dall’autobus, ha raggiunto in via Cupa. E come lui gli altri 300 migranti, in maggioranza somali ed eritrei, che ieri hanno trascorso la notte nella nuova tendopoli che costeggia il cimitero. Così si riaccende l’emergenza al Tiburtino. Le porte dell’ex centro Baobab sono sbarrate dal 6 dicembre scorso, ma i volontari, che per tutto l’inverno hanno chiesto alle istituzioni l’assegnazione di un altro luogo dove far nascere “un polo in grado di fornire un’accoglienza degna di un paese europeo”, ora stanno provando a gestire, da soli, una situazione incandescente.

“Si sapeva che con l’arrivo della bella stagione gli sbarchi sarebbero ripresi – fa notare Roberto, uno dei volontari – ma il Comune non ci ha voluto ascoltare”. Il tentativo di allestire la tendopoli nell’ex istituto ittiogenico della Regione, il 16 aprile scorso è durato appena due ore: il tempo che hanno impiegato le forze dell’ordine a sgomberare lo stabile e a richiudere il lucchetto. Dopodiché il vuoto. “Insieme ad Amnesty. Intersos, Medici per i diritti umani, Croce Rossa e altre realtà del terzo settore abbiamo presentato un piano articolato per ottenere l’assegnazione dell’ex ittiogenico – ricorda Roberto – la Regione è d’accordo, ma stiamo ancora aspettando il parere della prefettura”.

La risposta dovrà arrivare in tempi rapidi. Perché l’accampamento lungo via Cupa, una lingua d’asfalto in quel lembo di città tra la stazione e il Verano, continua a crescere con il passare delle ore. “All’ora di pranzo abbiamo servito 300 pasti – racconta Luca, un volontario di 17 anni, studente al terzo anno del liceo classico Socrate – oggi è il mio compleanno ma sono voluto venire perché questi ragazzi hanno assoluto bisogno di cibo, vestiti e soprattutto assistenza sanitaria. Qui non abbiamo più nulla”. Non ci sono le docce e neppure un rubinetto con l’acqua corrente. I nuovi arrivati fanno la spola con le taniche alla fontanella nel parcheggio all’altro lato della Tiburtina. E lì prendono posto i sopravvissuti della strage che si consuma quotidianamente nel Mediterraneo. Dall’inizio dell’anno sono 2119 le vittime della traversata dal Nord Africa, confermano gli ultimi dati dell’alto commissariato Onu per i rifugiati. Afpour ce l’ha fatta e forse per questo sorride anche se ha paura. “Non so se riuscirò a entrare in Germania – sospira – a Monaco ci sono i miei amici ad aspettarmi. Vorrei tanto ricominciare a studiare, medicina magari. Ma dovrò ricominciare presto a lavorare per mandare i

soldi a casa. Ho tre fratelli in Eritrea, i miei genitori facevano i pastori e si sono venduti tutte le pecore che avevano per pagarmi il viaggio. Ora devo pensare a loro”. Ai migranti provano a pensarci decine di romani che ieri hanno riacceso la gara della solidarietà. “Sono felice di essere qui – esclama Luise Marie, una senegalese di 56 anni, da 28 in Italia- ma dov’è la misericordia del Giubileo? Le istituzioni intervengano prima che sia troppo tardi”.

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