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3 lug

Strage Dacca, i bengalesi di Roma: “Ora abbiamo paura ma pronti a manifestare”. Minuto di silenzio a Capannelle

Al centro culturale islamico Masjid-e-Rome, la domenica pomeriggio, i fedeli si riuniscono al tramonto. Via le scarpe, si inginocchiano verso la città santa. Verso quella Mecca che in via Gabrio Serbelloni, a Torpignattara, assume le sembianze di un vecchio garage ritinteggiato. Qui la comunità bengalese capitolina prega, guarda crescere gli italiani di seconda generazione e discute di politica e religione. L’argomento del giorno non può che essere Dacca, l’attentato che minaccia di incrinare i rapporti tra chi ormai si sente italiano a tutti gli effetti e Roma. L’imam Misan, finita la cerimonia, tiene subito a scacciare i fantasmi: “Abbiamo appena ricordato i morti di questa tragedia. Ma non c’è nessun pericolo. Sono arrivato in questo paese 18 anni fa e voglio restarci. Il rapporto con i romani è buono. Sanno quello che facciamo e che non c’è nessun pericolo”.

La storia recente certifica le parole del religioso. Pigneto, Casilino, Quadraro e Villa Gordiani. In questi quartieri, tra la Tuscolana e la Prenestina, vive la quasi totalità dei bengalesi romani. La comunità, modesto esercito di piccoli imprenditori, è in continua espansione: secondo l’Osservatorio romano sulle migrazioni del centro studi Idos, i cittadini del Bangladesh che abitano e lavorano nella capitale sono 28.473. “Ma ormai saremo quasi 36 mila, il 92 per cento di fede islamica”, spiega Bachcu, il portavoce di Dhuumcatu. Con i suoi 10 mila iscritti, l’associazione rappresenta quasi un terzo della popolazione bengalese romana. “Per noi la vita non cambierà dopo Dacca – continua Bachcu – perché crediamo che non ci saranno pregiudizi nei nostri confronti. Però in queste ore proviamo vergogna. I nostri lavoratori con i colleghi italiani sono in difficoltà. Vogliono mostrare la loro vicinanza. Per questo mercoledì (il Ramadan terminerà domani, ndr) proveremo a ritrovarci in piazza per pregare per le vittime”.

La speranza della comunità, che in queste ore su Facebook posta foto della bandiera del Bangladesh accanto al tricolore italiano, è che la questura conceda addirittura San Giovanni. “Siamo tanti – conclude Bachcu – e vogliamo dimostrare che il terrorismo non fa parte della nostra cultura. Il fioraio bangla jihadista non esiste e l’Isis non ha nulla a che vedere con la religione”.

Alla Marannella, dove negli anni ’80 si annidava il peggio della criminalità romana e oggi le insegne dei negozi urlano “Banglatown”, i commercianti sono meno loquaci. Da un lato della strada c’è il parrucchiere bengalese che dice di non parlare italiano e taglia i capelli solo ai connazionali. Dall’altra c’è un bar di italiani. Ai tavolini siede un pensionato, romano doc, con la nipotina. La mescolanza non pare essere gradita. Hasan Mahabub, 28 anni, commenta con una punta di amarezza: “Faccio il cameriere da due anni in un ristorante italiano, ho tanti amici di qui e adesso va un po’ così. Ieri in farmacia ho notato qualche sguardo strano. Non di paura, ma di distacco. Dispiace, ma io lo ripeto a tutti: essere musulmani non vuole dire fare quelle cose”. Piroz, gestore di un alimentari, si passa le mani sulla tunica a strisce verticali colorate: “La vedi questa? In Bangladesh siamo bravi con i tessuti ed è per questo che quegli italiani erano da noi. A me piace stare qui. Non me ne voglio andare da Roma per sei matti”.

Da quella città svuotata dal caldo spietato in cui resistono solo gli amanti del cricket. All’ippodromo delle Capannelle, dove lo sport unisce bengalesi, italiani, australiani, indiani, pachistani e afgani, gioca il club fondato nel 1978 dal primo capitano della nazionale azzurra Alfonso Jayarajah: “Qui puntiamo sull’integrazione”. Il figlio Leandro, laureato alla Sapienza in Scienze politiche, ha 28 anni e le idee chiare: “Non vogliamo fare spot, ma arrivare a risultati concreti. Per esempio… io vivo in centro storico e lì i musulmani sono costretti a pregare in strada. Perché non creare un’area di culto come negli aeroporti?

Cattolici, indù, islamici e buddisti potrebbero stare tutti assieme”. La proposta piace ad Anis. Ha quasi 18 anni e a match in corso non può neanche bere un bicchiere d’acqua: “Aspetto la fine del Ramadan. La religione è questo, non Dacca. È stato un colpo inatteso. Li hanno addestrati fuori, nessun mio connazionale avrebbe avuto il coraggio di uccidere in quel modo. Se ora ho paura dei pregiudizi? No, io sono romano”.

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