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3 lug

Strage di Dacca, “Simona voleva scappare dal Bangladesh”

“TI SENTIVO già parte di questa famiglia, Alberto. Non vedevo l’ora che arrivasse lunedì per vedervi insieme e iniziare a costruire il vostro futuro con Michelangelo. Il vostro amore è da prendere da esempio”. Così scrive su Facebook Susanna Monti, la sorella di Simona, la donna di 33 anni di Magliano Sabina brutalmente torturata e barbaramente assassinata in Bangladesh, a Dacca, nel ristorante Holey Artisan Bakery. Simona, infatti, era incinta di 5 mesi. Aspettava un maschietto e con il suo Alberto aveva deciso di chiamarlo Michelangelo. “Ti piaceva viaggiare. Ora fai nascere nostro figlio in cielo. Ci rivedremo”, le scrive Alberto in una Facebook che per ricordare Simona si è tinta di nero – un fiocco nero su sfondo nero – simbolo del lutto che in tanti stanno vivendo e che condividono per lasciare un piccolo segno che ormai non sceglie più la strada del telefono, dei telegrammi, delle lettere, di un fiore. Ma quella dei social network, dilagando in un attimo come erba secca data alle fiamme.

“Una ragazza da prendere come esempio, una sorella che tutti vorrebbero avere, quante cose avevo ancora da dirti e quanti “ti voglio bene” non detti. Mi avresti fatto diventare zia. La notizia più bella del mondo e tu così felice di diventare mamma, con un uomo che ti amava da morire. Adesso tutto questo non c’è più per colpa di bestie che mi hanno portato via i miei affetti. Non vedevo l’ora di abbracciarti e vederti con quel pancione. Ti amo e ti prenderò sempre come esempio. Vorrei avere un po’ del tuo carattere, forte e deciso, senza avere mai paura di niente. RIP sorellina mia. Sei stata la zia più fantastica del mondo” scrive la sorella Susanna su Facebook. E in centinaia condividono il post – questo urlo di dolore – e la foto delle due sorelle insieme, Simona con gli occhi chiari, grandi, aperti sul mondo.

Perché questo era Simona per tutti quelli che la conoscevano e che oggi hanno voglia di parlarne: una donna curiosa, con lo sguardo rivolto all’orizzonte, “una ragazza che non si fermava mai” come racconta Carla, una ex compagna di studi che con lei aveva frequentato a Roma Tre. “Aveva studiato mandarino, era stata 3 mesi all’università di Pechino, sei mesi all’università Fudan di Shanghai. E poi aveva preso a viaggiare per la Mauli: era stata in Australia per loro e anche in Cina”.

Ma di stare in Bangladesh non era molto contenta”, spiega Marco. “Nel 2015 era rimasta tutto l’anno a Magliano Sabina, forse per il suo amore con Alberto, non so. Aveva lavorato in un bar, il Moka Caffè. Poi aveva lavorato per la Mauli, quest’azienda di tessuti di Cuneo. Aveva però firmato un contratto che le consentiva di tornare in Italia ogni due mesi e mezzo e lunedì (oggi, ndr) sarebbe rientrata per non ripartire, incinta com’era”.

“Forse quando ha lasciato l’Italia

cinque mesi fa, neanche sapeva di essere incinta” dice Anna. “Era tornata per Pasqua. Il Bangladesh non le piaceva. Il mondo lo amava, ma in quel Paese si era trovata male, lei che era curiosa di tutto: raccontava che le donne erano trattate molto male, che c’era un maschilismo insopportabile”.

Un maschilismo la cui forma estrema, quella che non vuole jeans e magliette sui corpi delle donne ma solo veli neri addosso e Corano in bocca, le ha strappato il futuro.

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